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Focus

Tutti a parlare di mezzi, in comunicazione.

Nessuno che quei mezzi li consideri mai interi

Sono mezzi o sono interi?

 

Sono tre uomini e una donna. Sono seduti al tavolo di una trattoria sperduta da qualche parte nelle Marche o giù di lì.

Stanno ascoltando parlare la donna che poco prima li ha accidentalmente tamponati a uno stop. Dopo l'incidente, l'auto di lei non era più ripartita e così avevano deciso di aspettare che l'officina del paese riaprisse, approfittandone per pranzare. Tra un discorso e l'altro, non si sa come, a un certo punto lei arriva a raccontare ai tre la metafora dell'amore con la storia della metà della mela. Tiene in mano una mezza mela rossa e spiega che l'obiettivo di quel mezzo frutto è cercare l'altra metà che lo possa far sentire di nuovo completo. Prima avvicina la mela a quello di loro che in mano tiene una fetta di pane, poi la avvicina al secondo che tiene in pugno un mezzo limone. In entrambi i casi, è evidente a tutti che la combinazione non funziona. A quel punto il terzo di loro afferra un'altra mezza mela e la appoggia a quella di lei, facendola combaciare alla perfezione. Si piacciono e da lì in poi la loro attrazione sarà sempre più evidente.

Che lo abbiate visto in questa scena di Tre uomini e una gamba o che lo abbiate dovuto studiare al liceo, nelle ore di Filosofia, nel Simposio di Platone, poco importa. La sostanza è il discorso attorno al concetto di mezzo. Il mezzo inteso come metà è qualcosa di incompleto, una frazione dell'intero. Ed è curioso che la stessa parola assuma anche un significato molto pratico, funzionale, efficiente quando si riferisce a uno strumento di cui servirsi per spostarsi da un posto a un altro.

Un mezzo di trasporto ha una completezza totale, molto lontana dall'incompletezza di un mezzo frutto. Un mezzo di trasporto è un mezzo molto intero.

Un mezzo, sul mare
Un mezzo, sul mare
Un mezzo, su rotaie
Un mezzo, su rotaie
Un mezzo, per aria
Un mezzo, per aria

I mezzi di trasporto, i mezzi e basta, e il trasporto in generale

 

Il pullman prende il nome dal suo inventore, George Mortimer Pullman. A Roma potrebbero anche chiudere la cosa con un e 'sti cazzi, ma noi non siamo di Roma e quindi ci ricamiamo un po' su.

All'inizio le Pullman Sleepers erano confortevoli carrozze ferroviarie, solo poi divennero le “carrozze” stradali antenate degli autobus moderni. Pullman era un imprenditore statunitense decisamente arrembante. Per pubblicizzare le sue nuove carrozze si offrì di trasportarvi gratuitamente la salma di Lincoln da Washington a Spriengfield, in Illinois, dove sarebbe stata sepolta all'Oak Ridge Cemetery. Aveva anche spostato la produzione in un luogo isolato, lontano dalla sua Chicago e per invogliare i dipendenti a seguirlo aveva costruito già a metà Ottocento, molto prima che fosse più frequente farlo, un'intera cittadina attorno alla fabbrica, con case, scuola, negozi, teatri e tutto il resto.

I pullman sono un mezzo di trasporto su cui tutti siamo saliti molte volte. Altri mezzi sono più esotici. Meno comuni o desueti. Mongolfiera, sottomarino, dirigibile, ovovia, funicolare, piroscafo, aliscafo, carrarmato, calesse, monociclo, monorotaia.
Ma tutta questa elucubrazione legata ai mezzi nasce dalla grande quantità di casi in cui la parola mezzi viene pronunciata nell'ambito della comunicazione. L'analisi dei mezzi, la pianificazione dei mezzi, lo proposta dei mezzi.

Anche in comunicazione i mezzi hanno il significato di strumento capace di condurre qualcuno o qualcosa da un punto A a un punto B. In linea generale, conducono un'idea, una voce, un messaggio dalla marca fino a dove si trova il suo pubblico.
La cosa bella è saperli guidare tutti. E oltre che bella, quella è anche la cosa più difficile. Dipende da quanti passeggeri devi portare, quanto lontano devi andare, se è un viaggio in cui godersi l'itinerario oppure se l'obiettivo è arrivare prima possibile a destinazione, se vuoi spendere poco di carburante oppure se vuoi badare al comfort, se devi viaggiare per terra, mare o aria.

A spiegarle così sembrano tutte cose ovvie. Lo sono meno quando si entra in un mondo che di semestre in semestre cambia le sue regole, in cui il mare non è detto che non si possa trasformare in montagna e dove il mezzo che prima era il più veloce non possa essere diventato uno dei più lenti.

Che poi, in comunicazione, ridurre il viaggio del pubblico da un punto A e un punto B è troppo scialbo. Addirittura falso. Non è un tragitto meccanico. L'aspirazione è che all'arrivo l'ambiente e l'atmosfera siano molto differenti da quelli della partenza. Che il viaggiatore si senta rappresentato, appagato, soddisfatto, che abbia trovato ciò che il viaggio prometteva, che si sia emozionato o divertito, che si sia sentito coinvolto dal percorso e dai significati che il percorso ha rappresentato per lui. Non è più solo un trasporto fisico, ma arriva a trasformarsi in un trasporto che è anche emotivo. In una forza che, in un senso o nell'altro, conduce ad uno stato d'animo differente da quello iniziale.

La conclusione, la morale, il succo, il gran finale è dunque che i mezzi di trasporto non sono i mezzi della comunicazione, eppure i mezzi della comunicazione hanno l'obiettivo di generare trasporto. E, altra lezione fondamentale, tutti quei mezzi sono perfettamente interi.

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