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Focus

L'anguria e tutti i suoi difetti

Un grande successo, nonostante i semi

 

Ah, quando d'estate facevi questo e quello in quel posto di mare con i nonni, o con mamma e papà. Quando con l'amica o l'amico del cuore mangiavate quel gelato, quel frutto, quella merendina. Quando sentivi quella pubblicità in tv che ti faceva capire che ormai c'eri, l'estate era alle porte, la scuola finiva. Quegli odori che sentivi la sera: dell'acqua del mare, degli zampironi accesi, delle siepi in fiore. E poi l'anguria.

L'estate è sempre stata anche l'anguria. La sua dolcezza acquosa che scivola giù lungo i polsi, la barca della buccia che dondola nel piatto.

L'anguria non è un frutto. È piuttosto un fenomeno di costume, un cult che attraversa il tempo. Dietro a una fetta d'anguria, chiudendo gli occhi, puoi vederci lo zio di giù con la canottiera a costine, la catenina d'oro e gli zoccoli di legno; ma puoi benissimo vederci anche una vent'enne in Havaianas e top. L'anguria è trasversale. Mangiarla non ti posizionerà in nessun particolare cluster di pubblico perché è semplicemente di tutti.

La cosa notevole dell'anguria è il suo successo universale nonostante la tremenda seccatura dei semi. Sono subdoli, interrompono la soffice freschezza dei morsi, sono piccoli istanti di leggero amarognolo a punteggiare i bocconi zuccherini. Eppure non respingono il pubblico. Nella memoria comune l'anguria è un pezzo d'estate, nel desiderio comune l'anguria è fonte di sollievo dissetante. E pazienza per quei piccoli cosi neri.

Riuscite a trovare un prodotto talmente iconico nonostante, a detta di tutti coloro che lo eleggono a icona, sia anche difettoso?

L'estate è un brand. E lo è grazie alle sue icone e ai loro difetti

 

Qualcuno l'altro giorno diceva "ogni volta che restavo imbottigliato nel traffico maledicevo la coda. Ora, dopo i mesi tristi dei distanziamenti e dei lockdown, quasi me la godo". La memoria è breve e presto torneranno i fastidi. Eppure i fastidi, una volta lontani dal momento in cui si materializzano, possono anche essere rievocati con nostalgia. Con il piacere di condividere con altri qualcosa di scomodo, di non funzionale, di simpaticamente indelebile nella memoria nonostante nell'esatto momento in cui veniva vissuto avesse ben poco di simpatico. L'estate non fa eccezione e conserva tutti quei tic.

La sabbia ovunque. Le zanzare. Le code (appunto) in autostrada. L'afa. Le scottature sotto il sole. Eppure il marchio "estate" risulta attraente in ogni caso e, anzi, addirittura tutti quei piccoli disagi vengono spesso rievocati a distanza di mesi come elementi integrati all'esperienza dell'estate tout court. Come fossero un piccolo pegno a fronte dell'enorme piacere che essa sa regalare in tutte le sue sfaccettature.

I semi stanno all'anguria, quanto le zanzare stanno all'estate. E la forza delle icone si misura nella loro capacità di tradurre i difetti in segni distintivi. Esattamente come a Mick Jagger nessuno ha mai dato del tossico nonostante fosse risaputo che per molto tempo si sia abbandonato all'uso di stupefacenti. Con lui veniva ribaltata la percezione della realtà e ciò che per chiunque altro sarebbe stato un motivo d'accusa sociale ed emarginazione con lui era una caratteristica che lo faceva assurgere al ruolo di rock star planetaria dalla vita sregolata. Qualcuno da ammirare, rispettare nel suo ruolo, forse invidiare, e per nulla da stigmatizzare in quanto tossico.

Il nostro lavoro non è creare icone. Sarebbe presuntuoso metterla in questi termini. Ma senza dubbio è provarci. Senza dubbio è comprendere i meccanismi che coinvolgono psiche, opinioni, affetti, passioni, desideri, ricordi, passioni e che portano prodotti e marchi ad avere successo. Meccanismi che sono attorno a noi e non solamente sul mercato, non solamente inerenti a ciò che viene venduto e comprato. Possono essere anche nel concetto d'estate e in una delle sue icone come l'anguria.

E a noi, notarlo e capirlo torna sempre molto utile.

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