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Focus

Abbiamo scelto di rendere il nostro
orario di lavoro flessibile. Ecco come e perché

Della parola tabù, il dizionario Treccani scrive che viene dal francese tabou. Dice anche che può essere spiegata come una “parola o pratica che viene evitata per motivi di decenza o di convenienza sociale”.

Qualche giorno fa, qui a copiaincolla è uscito il discorso dei tabù che abbiamo in agenzia. Alcuni resistono, altri invece lo erano fino a poco tempo fa e ora non lo sono più. L'orario di lavoro, ad esempio, per molto tempo è stato un nostro tabù ma ora siamo finalmente riusciti a lasciarcelo alle spalle.

La caduta di un tabù assomiglia a quella di un regime autoritario. All'improvviso viene meno un tappo che teneva sotto controllo pulsioni, slanci, libertà d'azione. Piaccia o non piaccia, quel tappo era una condizione certa e immutabile: abbatterla significa aprirsi all'incertezza. E quello è un po' il motivo per cui la caduta di tabù e regimi, se banalizzata, se non gestita in anticipo nelle sue conseguenze, può condurre a fasi rischiose. Può accadere anche con la caduta dell'orario fisso che regola la vita di un posto di lavoro.

Da tempo qualcuno di noi chiedeva una maggiore flessibilità. Da tempo qualcun altro ammetteva di vedere più rischi che benefici. Le riflessioni sono durate a lungo, era un tema che periodicamente usciva. Sul finire dello scorso anno è stato chiaro a tutti che se volevamo compiere un altro passo verso ciò che vogliamo essere - un'azienda evoluta, un posto che sappia unire alla crescita d'impresa un'altrettanto crescente qualità della vita delle persone che la compongono, un luogo in cui vivere meglio che possiamo molte ore della nostra vita ogni giorno - saremmo dovuti passare anche dalla caduta dell'orario rigido.

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